Online da Aprile 2006



Il lavoro nel Giappone moderno (Prima parte)

Lo studio della società giapponese è divenuto oggetto di grande interesse fin da quando, negli ultimi decenni, il Giappone si è affermato come superstar economica all’interno del panorama globale.
Prima delle strabilianti performance della Cina infatti, era il Giappone la Superstar Asiatica.
fabbrica-giapponese-fotoNonostante avesse perso in malo modo la seconda guerra mondiale, in pochi anni il Giappone arrivò a conquistare l’ambita posizione di seconda economia mondiale (in termini di PIL) e fu in grado di detenerla con continuità per più di 40 anni quando infine venne superato dalla Cina, attestandosi comunque stabilmente su di un rispettabilissimo terzo posto.
Questa incredibile performance ha attratto per molto tempo l’attenzione di economisti e sociologi, interessati a studiare il fenomeno per comprenderne i segreti.
Indubbiamente buona parte del merito va dato al supporto americano, soprattutto nelle fasi iniziali del fenomeno ovvero tra gli anni ‘50 e ‘70 quando la crescita è stata più repentina, complici anche le condizioni dell’epoca (la ricostruzione post-bellica è sempre di grande impatto economico).
Ma questo fenomeno si è protratto ben oltre lo shock petrolifero degli anni settanta (l’evento traumatico che ha per primo segnato la fine dell’euforia economica della ricostruzione) suggerendo che ci fossero altre motivazioni da indagare, più interne alla società giapponese.
L’indagine di molti studiosi si è infatti focalizzata sui valori condivisi di questa realtà, i quali sembrano rivestire un ruolo di assoluta importanza per comprendere le dinamiche oggetto di studio.
Valori quali la lealtà al gruppo di appartenenza, la forte motivazione nel perseguire un comune obiettivo (un concetto molto vicino al famoso giri) ed il senso dell’onore sembrano essere i pilastri di un’architettura socio-economica che per anni ha impressionato, se non letteralmente strabiliato, l’Occidente. Si può quindi avviare un’analisi più approfondita della questione, iniziando proprio da un confronto sul piano dei valori tra Occidente e Giappone.
Il periodo successivo al vero e proprio medioevo giapponese (puramente feudale) è stato un periodo particolarmente prodigo sia a livello di cultura che di valori ed essi sono permeati e si sono radicati nella società a tal punto da riuscire a sopravvivere agli orrori della guerra, allo sconvolgimento tecnologico portato dalla modernità e alla prima ondata dello Tsunami della globalizzazione.
Tale periodo denominato Periodo Edo (1603 - 1868) o anche Periodo Tokugawa (per via dell’ereditarietà dello shogunato che quindi si tramandava all’interno della famiglia Tokugawa) iniziò con la vittoria di Tokugawa Ieyasu nella battaglia di Sekigahara e segnò l’inizio di un periodo di pace e prosperità per il Giappone che durò quasi tre secoli.
Certo il prezzo da pagare fu alto, ovvero l’isolazionismo, ma al contempo la società giapponese ebbe modo di metabolizzare ed assimilare una serie di valori che sarebbero andati a costituire il suo dna culturale contemporaneo, oggetto della nostra attenzione.
Poco dopo la metà del XIX secolo il Periodo Edo terminò, per la precisione il 9 novembre 1867, quando Tokugawa Yoshinobu rimise il suo potere nelle mani dell’imperatore.
Dopo un breve e fisiologico periodo di battaglie tra le forze fedeli allo shogun e le forze imperiali, iniziò ufficialmente la Meiji ishin ovvero la Restaurazione Meiji (1868 - 1912) caratterizzata da un ritorno dell’imperatore stesso al centro della scena politica e dalla fine dello shogunato ereditario dei Tokugawa.
foto-imperatore-meiji-giapponeseDi fatto si trattò di una restaurazione concettualmente non dissimile da quella che avvenne in Europa in seguito all’ondata rivoluzionaria innescata dalla rivoluzione francese, con il ritorno in auge di un vecchio potere ma sulla base di differenti condizioni di contorno.
Le figure centrali di questo periodo storico furono il quindicesimo shogun Tokugawa Yoshinobu (1837 - 1913) già precedentemente nominato e l’imperatore Meiji (1852 - 1912) nella foto a fianco, il cui vero nome era Matsuhito (ma tale nome non poteva essere usato in contesti ufficiali).
Uno dei principali obiettivi dell’imperatore fu quello di riaprire il Giappone terminando così il suo isolazionismo secolare, proponendosi al contempo come guida del conseguente processo di modernizzazione accelerata.
In realtà la riapertura del Giappone all’Occidente era un mezzo per perseguire un fine ultimo ancora più ambizioso ovvero l’acquisizione della avanzata tecnologia occidentale per l’accrescimento del potere militare e più in generale la costruzione di una società che fosse il risultato di una sintesi del sistema tecnologico-produttivo occidentale e dei valori orientali, indubbiamente un tema molto contemporaneo.
In effetti l’imperatore Meiji (termine che indica proprio il regno illuminato) riuscì a guidare con successo e senza particolari destabilizzazioni la transizione del Giappone da stato feudale a stato capitalista e potenza industriale comparabile con quelle occidentali, il tutto in pochi decenni.
Questo genere di strategia salvò di fatto il Giappone dal colonialismo occidentale che in quel periodo aveva già interessato diverse parti dell’Asia.
L’imperatore era ansioso di colmare il gap strutturale che separava il Giappone dal resto dei paesi occidentali, nella fattispecie puntava a sviluppare in breve tempo:

un sistema industriale efficiente

un mercato che fosse in grado di operare scambi commerciali proficui con l’occidente

Durante questa fase di acuta industrializzazione guidata, nacque il concetto di rōdōmondai ovvero "diritto del lavoro".
L’imperatore Meiji conosceva la storia della modernizzazione spontanea relativa ai paesi pionieri come la Gran Bretagna ed era quindi cosciente del rischio di destabilizzazione che avrebbe comportato la nascita di un conflitto sociale tra classi ragion per cui scelse un approccio da “sovrano illuminato” : mandò gruppi di intellettuali in Germania a studiare il loro modello sociale al fine di importarlo con i dovuti adattamenti, ma al contempo si oppose strenuamente alla formazione spontanea di ogni genere di sindacato e partito di sinistra: il primo Partito socialista giapponese si chiamava Nihon Shakaitō e durò meno di un anno e in generale nel 1906 si ebbe il fallimento di ogni genere di movimento di sinistra.
Al Periodo Meiji seguì il Taishō Jidai ovvero il Periodo Taishō (1912 - 1926) caratterizzato da una sostanziale raccolta dei frutti degli investimenti culturali e tecnologici occorsi durante il precedente periodo, anche grazie al riassetto degli equilibri avvenuto con la prima guerra mondiale e l’occupazione giapponese di parte della Cina.
Il successo della rivoluzione bolscevica in Russia che si ebbe a partire dal 1922, innescò una serie di mutamenti nel tessuto sociale a livello mondiale e anche il Giappone, nonostante la sua storica distanza da questo genere di ideologia, fu interessato dal fenomeno e nel 1922 si ebbe la formazione del Partito comunista giapponese.
Anche l’imperatore Taishō nonostante la sua maggiore apertura democratica rispetto al suo predecessore, reagì in modo estremamente forte nei confronti di questo fenomeno ed entrò i successivi dieci anni anni si ebbe un sostanziale sradicamento dello stesso.
Il successore l'imperatore Shōwa (1926 - 1989) si trovò a governare un periodo particolarmente tumultuoso della storia, caratterizzato dalla preparazione, il combattimento e le gestione delle conseguenze della seconda guerra mondiale.
Con il ridimensionamento del potere imperiale a seguito dei risultati negativi sul fronte militare, il fenomeno sindacale ebbe modo di svilupparsi anche in Giappone ma in generale non ebbe mai, nel complesso, intenti rivoluzionari ma solo riformisti probabilmente anche per via della forte presenza americana fin dall’immediato secondo dopoguerra.

Nicola Bernini

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